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L’Associazione Genitori (A.Ge.) di Valmontone, aderente all’A.Ge. nazionale, è un’associazione senza fini di lucro, di solidarietà sociale, con l’obiettivo di promuovere il dibattito e il dialogo sui temi riguardanti i rapporti tra genitori e figli e... continua

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DAL VANGELO SECONDO GIOVANNI (4, 5-42)

In quel tempo, Gesù giunse a una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani.

Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva».

Il testo del Vangelo di questa domenica è molto lungo. Ma nell’omelia di oggi ho considerato solo l’inizio.

Vi è sembrato strano questo attributo da me dato a Gesù? Ma come si definisce un uomo che abborda una donna sconosciuta con una scusa che però nasconde un altro fine? Appunto: un attaccabottoni!

Gesù non conosceva quella donna, era addirittura una straniera. E le chiede una cosa plausibilissima, anche data l’ora, mezzogiorno: «Dammi da bere». Su questa richiesta sono stati giustamente versati fiumi d’inchiostro per riflettere sul suo significato. Ma la mia riflessione si è indirizzata altrove.

Papa Francesco, nel discorso di apertura del Convegno ecclesiale della diocesi di Roma, il 16 giugno 2016 ha detto:

«I temi da affrontare nel Sinodo, avevano bisogno di un determinato atteggiamento. Non si trattava di analizzare un argomento qualsiasi; non stavamo di fronte a una situazione qualsiasi. Avevamo davanti i volti concreti di tante famiglie. E ho saputo che, in alcuni gruppi di lavoro, durante il Sinodo, i Padri sinodali hanno condiviso la propria realtà familiare. Questo dare volto ai temi – per così dire – esigeva, ed esige, un clima di rispetto capace di aiutarci ad ascoltare quello che Dio ci sta dicendo all’interno delle nostre situazioni. Non un rispetto diplomatico o politicamente corretto, ma un rispetto carico di preoccupazioni e domande oneste che miravano alla cura delle vite che siamo chiamati a pascere. Come aiuta dare volto ai temi! E come aiuta accorgersi che dietro le carte c’è un volto, come aiuta! Ci libera dall’affrettarci per ottenere conclusioni ben formulate ma molte volte carenti di vita; ci libera dal parlare in astratto, per poterci avvicinare e impegnarci con persone concrete. …

Ognuno di noi ha avuto un’esperienza di famiglia. In alcuni casi sgorga il rendimento di grazie con maggior facilità che in altri, ma tutti abbiamo vissuto questa esperienza. In quel contesto, Dio ci è venuto incontro. La sua Parola è venuta a noi non come una sequenza di tesi astratte, ma come una compagna di viaggio che ci ha sostenuto in mezzo al dolore, ci ha animato nella festa e ci ha sempre indicato la meta del cammino (AL, 22). Questo ci ricorda che le nostre famiglie, le famiglie nelle nostre parrocchie con i loro volti, le loro storie, con tutte le loro complicazioni non sono un problema, sono una opportunità che Dio ci mette davanti. Opportunità che ci sfida a suscitare una creatività missionaria capace di abbracciare tutte le situazioni concrete, nel nostro caso, delle famiglie romane. Non solo di quelle che vengono o si trovano nelle parrocchie – questo sarebbe facile, più o meno –, ma POTER ARRIVARE ALLE FAMIGLIE dei nostri quartieri, a quelli che NON VENGONO».

Purtroppo non tutti sanno che nel Nuovo Benedizionale della Chiesa è scomparsa la “Benedizione PASQUALE delle CASE” e al suo posto è entrata la “Benedizione ANNUALE delle FAMIGLIE NELLE case”. Questo significa che sono cambiati i destinatari (non più le case, ma le persone), soprattutto la finalità (non più annunciare “Cristo è risorto” ma AVVICINARE E CONOSCERE TUTTE LE FAMIGLIE) e di conseguenza, siccome per far questo ci vuole tempo, è diventata “annuale”.

Rendo grazie a Dio per questo cambiamento e per le parole di Papa Francesco.

La Samaria era terra straniera per un ebreo. Ogni anno, da settembre a giugno, entro nelle case dei miei parrocchiani, dove in un certo senso sono uno straniero e cerco di “attaccar bottoni”. E spesso si tratta di “quelli che NON VENGONO in chiesa. Non chiedo “acqua”, ma: “come vi chiamate, come state, che fate? ecc. Ed ecco allora che davanti ai miei occhi appaiono dei volti concreti, con le loro storie, belle o dolorose che siano. Ed io le accolgo dentro di me come un dono preziosissimo, che tengo per me e per il quale sempre, prima di uscire dalla famiglia, ringrazio.

Su un alto monte!

A.Ge Valmontone

DAL VANGELO SECONDO MATTEO (17, 1-9)

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.

Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».

All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.

Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

Alla prima lettura di questo vangelo, pensando a quanti per i quali la messa è sempre troppo lunga, la prima intenzione era di soffermarmi sulla esclamazione di Pietro: “Signore, è bello per noi essere qui!”. Ma poi per un puro caso, vedendo in TV una diapositiva della ‘lanterna’ di Genova, la mia attenzione è stata attratta da: “su un alto monte”.

È vero che i fari sono posti in alto per essere visti da lontano, ma è anche vero che stando in alto “si vede” lontano. Diciamo che la cosa è passiva (viene visto) ma anche attiva (vede). Pensiamo nell’antichità alle torri di avvistamento e oggi ai ‘satelliti spia’.

Ora perché Gesù ha portato i tre apostoli su un alto monte?

Pensiamo al contesto. Poco prima Gesù aveva predetto: “Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno.2Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: “Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai” (Matteo 16, 21 s.).

Nel testo di oggi sempre Pietro dice: “Signore, è bello per noi essere qui!”.

Quello che accomuna questi brani è il restringimento di visuale di Pietro. Il suo sguardo si ferma solo al presente, all’immediato.
Gesù invece guarda lontano e il portarli “su un alto monte” è proprio un invito a guardare lontano, al futuro. Quante volte Gesù ci ha dato questo insegnamento a parole!

Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà. Infatti quale vantaggio c’è che un uomo guadagni il mondo intero e perda la propria vita?” (Marco 8, 34-36). E al giovane ricco: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!” (Matteo 19,21). E a Pietro che gli chiede: ”Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne avremo?“. Gesù rispose: “In verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele” (Matteo 19, 27s).

Chissà se l’invito che la Chiesa pone all’inizio della preghiera eucaristica, nella messa, “in alto i nostri cuori” non sia un’attualizzazione di questo gesto di Gesù di portare tre dei suoi su un alto monte?

DAL VANGELO SECONDO MATTEO (4, 1-11)

In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”».

Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».

Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».

Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

All’inizio della quaresima la Chiesa ci presenta Gesù “condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo”. Domanda. Gesù fu tentato solo alla fine dei quaranta giorni o in tutti? Il vangelo racconta che lo fu solo alla fine, ma la premessa “per essere tentato dal diavolo” dovrebbe indurre a pensare che tutto il periodo sia stata una lotta contro le tentazioni. Forse.

Ma il deserto, nella storia biblica, è il tempo del fidanzamento di Dio con il suo popolo, è il tempo dell’idillio.

Quindi è il tempo dello scontro tra le due forze opposte: Dio e il diavolo. E l’eco di queste due forze l’abbiamo nel botta e risposta tra i due protagonisti. A me piace pensare ad un Gesù che nel deserto non sta un attimo fermo, cammina a destra e a sinistra, come uno che è agitato da molti pensieri, contrastanti tra loro.

Fine delle tentazioni era far recedere Gesù dall’obbedienza al Padre che aveva scelto per lui la via della croce. In fondo in fondo il diavolo faceva a Gesù questo ragionamento: “Chi te lo fa fare a morire in croce? Metti al tuo servizio tutta la potenza che hai ricevuto da tuo Padre! Ti suggerisco sistemi più facili, non dolorosi”.

Questa mattina parlando ai ragazzi mi è venuto in mente che non solo il diavolo, ma anche Dio ci tenta. Il Profeta Geremia ci ha lasciato questo lamento rivolto a Dio: “Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto violenza e hai prevalso” (20,7).

Per Gesù sono stati quaranta giorni in cui stava in mezzo alle due forze che tentavano di attirarlo ognuna dalla sua parte, ma alla fine chi ha prevalso è stata l’obbedienza al Padre.

Anche noi in tutta la nostra vita siamo tentati dalle due forze opposte. I quaranta giorni della quaresima sono il concentrato di questa lotta. S. Pietro ha scritto: “Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede” (1 Pietro 5, 8s).

La fede a cui fa riferimento S. Pietro nasce e si alimenta dall’ascolto della Parola di Dio. Infatti Gesù vince le tentazioni con citazioni della Sacra Scrittura.

Perciò anche noi in questo periodo, cerchiamo di essere assidui, più del resto dell’anno, nel nutrirci di Parola di Dio. Per questo ci viene proposto Gesù come modello.