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L’Associazione Genitori (A.Ge.) di Valmontone, aderente all’A.Ge. nazionale, è un’associazione senza fini di lucro, di solidarietà sociale, con l’obiettivo di promuovere il dibattito e il dialogo sui temi riguardanti i rapporti tra genitori e figli e... continua

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Insieme!!!

A.Ge Valmontone

DALLA PRIMA LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO AI CORINZI (1, 1-3)

Paolo, chiamato a essere apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello Sòstene, alla Chiesa di Dio che è a Corinto, a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, santi per chiamata, insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro: grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo!

Dal 18 al 25 gennaio, giorno della celebrazione della conversione di S. Paolo, la Chiesa da oltre un secolo invita tutti alla preghiera per l’unità dei cristiani. Cos’è e perché?

Facciamo un po’ di storia.

Gesù, al termine dell’ultima cena, ha elevato al Padre una accorata preghiera: «Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.

E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me» (Gv 17, 21-23).

Cioè in questa preghiera, che potremmo considerare il suo testamento spirituale, Gesù chiede al Padre che dopo di lui, in tutta la storia, i suoi seguaci siano una cosa sola.

Pare invece che nel DNA dei cristiani trionfi la litigiosità e la divisione. E questo fin dai primi decenni dopo la morte di Gesù stesso.

Già gli Atti degli apostoli ci parlano delle lamentele all’interno della comunità di Gerusalemme perché i nuovi arrivati di sentivano poco curati della distribuzione degli aiuti ai loro poveri.

Poi la questione della ammissione delle persone che arrivavano alla fede cristiana da fuori il mondo ebraico.

Poi le varie dispute, con conseguenti divisioni, sulla unità e trinità di Dio, su Gesù, sulla Madonna ecc. ecc.

Tutte divisioni, che bene o male, dopo un po’ si ricomponevano.

Di ben altra portata e conseguenze sono state,invece, le disposte, cominciate a metà del primo millennio e culminate con la rottura definitiva nel 1054, tra l’allora occidente e oriente riguardanti il primato del Vescovo di Roma e la Trinità. Per cui la Chiesa si è divisa in cattolica e ortodossa.

Ci sono stati, prima e dopo, vari movimenti di contestazione della Chiesa Cattolica, ma che non hanno avuto gran seguito nei numeri e nello spazio.

Fino ad arrivare al 31 ottobre 1517, quando secondo una tradizione pare che Lutero abbia affisse le sue 95 tesi sul portone della Chiesa di Wittenberg (in Sassonia) in aperta contestazione di tanti punti della religione cattolica. Fu così che ebbe luogo la separazione di buona parte delle regioni, inizialmente del nord Europa, dalla Chiesa Cattolica. Nacque così il protestantesimo. Protestantesimo che poi a sua volta si è suddiviso in una miriade di confessioni.

Per cui quell’unica Chiesa radunata nel cenacolo tutt’ora è divisa in almeno tre grandi Chiese: cattolica, ortodossa e protestante.

Però all’inizio del secolo scorso, alcune persone, senz’altro ‘illuminate’, hanno pensato di riprendere la preghiera di Gesù ed indire, ogni anno, una settimana, fissata basandosi sulla conversione di S. Paolo, dal 18 al 25 di gennaio di ogni anno, da dedicare alla riflessione e alla preghiera per l’unità.

L’anno scorso, in occasione dell’anno santo, il nostro Vescovo, Mons. Apicella, ha affidato ad ogni paese della diocesi un tema sul quale riflettere e pregare. A noi di Valmontone quello dell’unità dei cristiani. Le tre parrocchie cattoliche della città, la parrocchia ortodossa (presente in città con un suo sacerdote) e la comunità francescana abbiamo progettato e realizzato un programma così articolato: un incontro di preghiera nella chiesa ortodossa, uno in una parrocchia, una giornata di adorazione eucaristica in un’altra parrocchia, un pomeriggio dedicato alle confessioni, con tutti i parroci a disposizione nella chiesa del convento francescano, e al termine, al sabato sera, nei locali di un’altra parrocchia quella che abbiamo definito: “Cena dei popoli”. La parrocchia ospitante ha provveduto a preparare un piatto di pasta e poi tutti i presenti hanno portato ognuno la specialità del proprio paese per condividerla con gli altri. Inoltre, durante la cena i rappresentanti dei vari popoli e religioni hanno fatto un piccolo intervento, molto informale, per raccontare di loro.

L’iniziativa è riuscita talmente bene che la stiamo riorganizzando anche quest’anno, con qualche piccola variante, ma essenzialmente la stessa.

Che il Signore benedica questa seconda edizione come ha benedetto la prima.

Battesimo… a tappe!

A.Ge Valmontone

DAL VANGELO SECONDO MATTEO (3, 13-17)

In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui.

Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare.

Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

Sollecitato dalla domanda di un parrocchiano ho pensato di trattare non il tema del battesimo dal punto di vista teologico ma ….catecumenale, cioè il modo di amministrarlo ai nostri giorni.

Partiamo dalla storia.

Fino alla metà del secolo scorso la Chiesa ‘ordinava’ ai genitori di battezzare i neonati entro gli otto giorni dalla nascita e addirittura concedeva un’indulgenza plenaria a quei chi avesse battezzato il proprio figlio entro le ventiquattr’ore dalla nascita! Il motivo era semplice: in un tempo nel quale la gestazione e il parto non erano assicurati dall’assistenza medica di oggi non era infrequente il caso di morte dei neonati. E siccome Gesù ha detto: “Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato” (Marco 16,16) per sicurezza la Chiesa faceva le raccomandazioni di cui sopra. Conseguentemente i battesimi non potevano essere programmati in forma comunitaria e in date fisse. Quindi si celebravano, diciamo, alla spicciolata.

Ora, venuto meno il pericolo, dovunque, si sta diffondendo l’uso di battesimi comunitari e in date stabilite nelle quali raggruppare più neonati.

Poi c’è un’altra considerazione. Sempre fino alla metà del secolo scorso la società era più impregnata di religiosità cristiana. Anche la partecipazione alla messa domenicale toccava percentuali altissime. Ora è sotto gli occhi di tutti come le cose sono cambiate. E allora la Chiesa cerca di approfittare di certe scadenze (non più ormai tanto scontate: sta infatti aumentando il numero dei genitori che non chiedono più il battesimo per i propri figli) per offrire l’occasione per un ripensamento della loro fede e si propongono dei cammini di riscoperta scandita da tappe abbinate ai vari momenti del rito del battesimo: l’accoglienza, l’unzione catecumenale e il battesimo stesso con i susseguenti riti esplicativi. Per cui si sta passando da un rito nel quale questi momenti sono tutti condensati in un’unica celebrazione ad uno splalmarli in tre celebrazioni distanziate nel tempo.

Per conoscere che aria tira in giro su questo argomento ho posto la domanda a “Google” “battesimo a tappe” ed ho trovato varie testimonianze di comportamenti a livello diocesano, purtroppo solo del nord.

A mo’ di esempio allego soltanto una locandina della diocesi di Pistoia dove si programmano i battesimi per il 2017 dove si parla delle tre tappe e del calendario per tutta la diocesi.

Date Battesimi Diocesi di Pistoia 2017

Date Battesimi Diocesi di Pistoia 2017

E’ lecito sognare che un giorno anche nelle nostre diocesi si possano leggere locandine dello stesso tipo?

Dal “Messaggio del Santo Padre Francesco
per la celebrazione della
50ma Giornata mondiale della pace
1° gennaio 2017

Questa domenica ho scelto per l’omelia non la Parola di Dio ma la Parola della Chiesa.

Come ogni anno in occasione della Giornata mondiale della Pace, anche quest’anno Papa Francesco ha mandato al mondo un messaggio dal tema: “La nonviolenza: stile di una politica per la pace”.

Di questo messaggio ho estrapolato due temi: “nonviolenza attiva” e “il sentiero della nonviolenza in primo luogo all’interno della famiglia”.

Introduco i due temi con delle storielle.

A proposito del primo, ricordo che tanti anni fa trovandomi in una piazza della zona di Napoli, mentre aspettavo degli amici, ho sentito da una persona che passeggiava con i suoi amici questa espressione: “L’aggio guardato solo con disprezzo”. Evidentemente stava raccontando di qualche torto subito al quale non aveva reagito con la violenza ma con il “disprezzo”. Questa è una prima reazione non violenta.

Ma ce n’è un’altra di altro tipo. C’è un film, “A che servono questi quattrini?” nel quale il protagonista, interpretato da Eduardo De Filippo, sceglie la via della filosofia dell’indifferenza, di fronte al denaro, ai soprusi ed insegna a dei discepoli la massima “Non mi passa manco pe ‘a capa”. Questa è un’altra reazione. Ma è passiva! Il Papa ci chiede una non violenza “attiva”!

Ora lascio la parola al Papa:

La nonviolenza è talvolta intesa nel senso di resa, disimpegno e passività, ma in realtà non è così. Quando Madre Teresa ricevette il premio Nobel per la Pace nel 1979, dichiarò chiaramente il suo messaggio di nonviolenza attiva: «Nella nostra famiglia non abbiamo bisogno di bombe e di armi, di distruggere per portare pace, ma solo di stare insieme, di amarci gli uni gli altri […] E potremo superare tutto il male che c’è nel mondo». Perché la forza delle armi è ingannevole. «Mentre i trafficanti di armi fanno il loro lavoro, ci sono i poveri operatori di pace che soltanto per aiutare una persona, un’altra, un’altra, un’altra, danno la vita»; per questi operatori di pace, Madre Teresa è «un simbolo, un’icona dei nostri tempi». Ho elogiato la sua disponibilità verso tutti attraverso «l’accoglienza e la difesa della vita umana, quella non nata e quella abbandonata e scartata. […] Si è chinata sulle persone sfinite, lasciate morire ai margini delle strade, riconoscendo la dignità che Dio aveva loro dato; ha fatto sentire la sua voce ai potenti della terra, perché riconoscessero le loro colpe dinanzi ai crimini – dinanzi ai crimini! – della povertà creata da loro stessi». In risposta, la sua missione – e in questo rappresenta migliaia, anzi milioni di persone – è andare incontro alle vittime con generosità e dedizione, toccando e fasciando ogni corpo ferito, guarendo ogni vita spezzata. (4)

A proposito del secondo tema, racconto una barzelletta datata di una cinquantino d’anni.

C’era un ‘catechista’ di un certo partito politico che stava facendo scuola ad un gruppo di uomini al fine di far capire loro la filosofia di quel partito. Finita la spiegazione ha voluto verificare se i suoi alunni, seduti in cerchio davanti a lui, avevano capito e allora comincia ad interrogare. Al primo chiede: “Se tu avessi dieci appartamenti cosa faresti?” e la risposta decisa: “Nove al partito e uno a me!”. “Bravo!” fu il commento del ‘catechista’. Poi al secondo chiese: “Se tu avessi dieci campi, cosa faresti?”. Identica risposta: “Nove al partito e uno a me!”. Identico commento del ‘catechista’. E uno dopo l’altro ricevevano domande dello stesso tipo. L’ultimo del cerchio, sentendo ormai imminente la domanda, confidò al suo vicino: “Speriamo che non mi chieda che cosa farei se avessi due biciclette, perché quelle ce l’ho davvero!”.

Naturalmente questa è una barzelletta, ma ha tanta verità. Tutti gridiamo che vogliamo la pace tra le nazioni, i popoli, facciamo manifestazioni, fiaccolate. Ma noi, nel nostro piccolo, siamo operatori di pace?

Ecco allora quanto chiede Papa Francesco:

Se l’origine da cui scaturisce la violenza è il cuore degli uomini, allora è fondamentale percorrere il sentiero della nonviolenza in primo luogo all’interno della famiglia. È una componente di quella gioia dell’amore che ho presentato nello scorso marzo nell’Esortazione apostolica Amoris laetitia, a conclusione di due anni di riflessione da parte della Chiesa sul matrimonio e la famiglia. La famiglia è l’indispensabile crogiolo attraverso il quale coniugi, genitori e figli, fratelli e sorelle imparano a comunicare e a prendersi cura gli uni degli altri in modo disinteressato, e dove gli attriti o addirittura i conflitti devono essere superati non con la forza, ma con il dialogo, il rispetto, la ricerca del bene dell’altro, la misericordia e il perdono. Dall’interno della famiglia la gioia dell’amore si propaga nel mondo e si irradia in tutta la società. D’altronde, un’etica di fraternità e di coesistenza pacifica tra le persone e tra i popoli non può basarsi sulla logica della paura, della violenza e della chiusura, ma sulla responsabilità, sul rispetto e sul dialogo sincero (5)

Vorrei concludere con un ricordo di quando ero bambino. A quei tempi non c’era il latte della Centrale, ma quello che si comprava direttamente dal produttore che aveva le vacche e che la sera faceva il giro delle case (si chiamavano in dialetto “le poste”) e versava ad ognuno la quantità di latte richiesta. Naturalmente bisognava sterilizzarlo, facendolo bollire. Ma bisognava stare attenti. Perché al momento della bollitura andava fuori!

Allora la domanda: il latte che andava fuori era uguale a quello che era nel recipiente? Certo che era uguale! Se in tutte le famiglie si mettesse in pratica quello stile di vita che il Papa chiede allora potremmo sognare una pace che si diffonderebbe a tutti i livelli, fino al vertice, alle nazioni, ai potenti.

Che la Madonna, della quale oggi celebriamo la maternità divina, ci aiuti!