L'Associazione...

L’Associazione Genitori (A.Ge.) di Valmontone, aderente all’A.Ge. nazionale, è un’associazione senza fini di lucro, di solidarietà sociale, con l’obiettivo di promuovere il dibattito e il dialogo sui temi riguardanti i rapporti tra genitori e figli e... continua

Su Facebook...

Licenza

Questo sito è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.

DAL LIBRO DEL PROFETA ISAÌA (45,1.4-6)

Dice il Signore del suo eletto, di Ciro:
«Io l’ho preso per la destra, per abbattere davanti a lui le nazioni,
per sciogliere le cinture ai fianchi dei re, per aprire davanti a lui i battenti delle porte
e nessun portone rimarrà chiuso.
Per amore di Giacobbe, mio servo, e d’Israele, mio eletto,
io ti ho chiamato per nome, ti ho dato un titolo, sebbene tu non mi conosca.
Io sono il Signore e non c’è alcun altro, fuori di me non c’è dio;
ti renderò pronto all’azione, anche se tu non mi conosci, perché sappiano dall’oriente e dall’occidente
che non c’è nulla fuori di me.
Io sono il Signore, non ce n’è altri».

SALMO RESPONSORIALE Dal Salmo 95
Grande è il Signore e degno di ogni lode.

DAL VANGELO SECONDO MATTEO (22,15-21)

In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi.

Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?».

Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare».

Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Una precisazione storico-politica. I farisei, politicamente erano anti-romani e fanatici della religione mosaica; gli erodiani filo-romani. Per cui la risposta se accontentava gli uni avrebbe scontentato gli altri. Solo però che avevano “fatto i conti senza l’oste”.

Gesù per prima cosa risponde con una domanda, per far capire che aveva capito lo scopo della domanda: “Ipocriti, perché volete mettermi alla prova?”.

La cosa bella è che prima di porre la domanda trabocchetto fanno l’elogio del comportamento di Gesù: “Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno”. Mi vien da pensare a quante volte siamo tentati di non parlare, e se lo facciamo ricorriamo a giochi di prestigio, stando attenti alle parole, al modo in cui le diciamo, per non urtare la suscettibilità altrui. Sappiamo infatti a quali conseguenze andremmo incontro!

Sulla risposta poi di Gesù ci si sofferma prevalentemente sul “Rendete a Cesare quello che è di Cesare”. E’ quanto mai giusto, vedendo i tempi che corrono. Forse si passa in sottordine il: “a Dio quello che è di Dio”. Direi che coinvolti sono lo Stato e la Chiesa. Facciamo fare ad ognuno quanto di sua competenza.

A me (e a quelli come me), uomo di Dio, spetta, “in primis”, insegnare di “dare a Dio quello che è di Dio”.

Nel nostro tempo penso che sia urgente guidare l’umanità a riconoscere che Dio è il principio e il fine di tutto: “Io sono l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo, il Principio e la Fine” (Apocalisse 22,13).

A questa applicazione mi ha condotto la prima lettura. Il popolo d’Israele era in esilio a Babilonia. Dopo circa cinquant’anni, sconfitti i babilonesi, Ciro il grande, persiano, concede agli ebrei la libertà e Dio gli dice: “ti renderò pronto all’azione, anche se tu non mi conosci, perché sappiano dall’oriente e dall’occidente che non c’è nulla fuori di me”.

Penso che nella nostra epoca, che ha estromesso Dio dal suo orizzonte o lo ha relegato ad un ruolo molto marginale, sia necessario rimettere Dio al posto che gli spetta: “il Principio e la Fine”.

CANTO AL VANGELO Cfr Ef 1,17-18

Il Padre del Signore nostro Gesù Cristo
illumini gli occhi del nostro cuore
per farci comprendere a quale speranza ci ha chiamati.

PREGHIERA COLLETTA

O Padre, che inviti il mondo intero alle nozze del tuo Figlio, donaci la sapienza del tuo Spirito, perché possiamo testimoniare qual è la speranza della nostra chiamata, e nessun uomo abbia mai a rifiutare il banchetto della vita eterna o a entrarvi senza l’abito nuziale.

DAL VANGELO SECONDO MATTEO (22,1-14)

In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole ai capi dei sacerdoti e ai farisei e disse:

«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.

Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.

Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.

Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.

Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

La preghiera colletta e il canto al vangelo della messa di oggi hanno portato a compimento un pensiero che era in gestazione in me già da tanto tempo.

Alla base di questa “maturazione” sta un racconto di un episodio della vita di S. Benedetto da Norcia tramandatoci da S. Gregorio Magno, papa.

“Scolastica, sorella di san Benedetto, consacratasi a Dio fin dall’infanzia, era solita recarsi dal fratello una volta all’anno. L’uomo di Dio andava incontro a lei, non molto fuori della porta, in un possedimento del monastero.

Un giorno vi si recò secondo il solito, e il venerabile suo fratello le scese incontro con alcuni suoi discepoli. Trascorsero tutto il giorno nelle lodi di Dio e in santa conversazione. Sull’imbrunire presero insieme il cibo.

Si trattennero ancora a tavola e, col protrarsi dei santi colloqui, si era giunti a un’ora piuttosto avanzata. La pia sorella perciò lo supplicò, dicendo: «Ti prego, non mi lasciare per questa notte, ma parliamo fino al mattino delle gioie della vita celeste». Egli le rispose: «Che cosa dici mai, sorella? Non posso assolutamente pernottare fuori del monastero».

Scolastica, udito il diniego del fratello, poggiò le mani con le dita intrecciate sulla tavola e piegò la testa sulle mani per pregare il Signore onnipotente. Quando levò il capo dalla mensa, scoppiò un tale uragano con lampi e tuoni e rovescio di pioggia, che né il venerabile Benedetto, né i monaci che l’accompagnavano, poterono metter piede fuori dalla soglia dell’abitazione, dove stavano seduti.

Allora l’uomo di Dio molto rammaricato cominciò a lamentarsi e a dire: «Dio onnipotente ti perdoni, sorella, che cosa hai fatto?». Ma ella gli rispose: «Ecco, ho pregato te, e tu non hai voluto ascoltarmi; ho pregato il mio Dio e mi ha esaudita. Ora esci pure, se puoi; lasciami e torna al monastero».

Ed egli che non voleva restare lì spontaneamente, fu costretto a rimanervi per forza”.

Sono cinquantacinque anni che sono prete. E fin dall’inizio cerco in tutti i modi di convincere i cristiani a partecipare, la domenica, al banchetto del Signore. E non solo io, ma tutti i predicatori fanno la stessa cosa. Con quali risultati? Stanno sotto gli occhi di tutti. Le statistiche dicono che una piccola percentuale di italiani partecipa regolarmente alla messa domenicale.

Allora bisogna abbandonare la battaglia? Assolutamente no! Dobbiamo prendere ad esempio S. Scolastica: visto che gli uomini non ci ascoltano chiediamolo a Dio, naturalmente senza smettere di parlare agli uomini.

Ed ecco allora il senso della “preghiera colletta” e del “canto al vangelo” della messa di oggi, nella quale si racconta del rifiuto degli invitati alle nozze, per i più disparati motivi…apparenti. Quando il vero motivo è che non abbiamo la “sapienza” di cogliere la grandezza dell’invito che ogni domenica il Signore ci fa. Ma siccome questa sapienza non verrà agli uomini per le mie povere parole, e di quelli come me, allora la chiedo per loro a Dio.

Confidando nella verità delle parole di S. Paolo ai cristiani di Corinto: “Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma era Dio che faceva crescere” (1 Corinti 3,6).

L’amore deluso

A.Ge Valmontone

DAL LIBRO DEL PROFETA ISAIA (Is 5,1-7)

Voglio cantare per il mio diletto il mio cantico d’amore per la sua vigna.
Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle.
Egli l’aveva dissodata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato viti pregiate;
in mezzo vi aveva costruito una torre e scavato anche un tino.
Egli aspettò che producesse uva; essa produsse, invece, acini acerbi.
E ora, abitanti di Gerusalemme e uomini di Giuda, siate voi giudici fra me e la mia vigna.
Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto?
Perché, mentre attendevo che producesse uva, essa ha prodotto acini acerbi?
Ora voglio farvi conoscere ciò che sto per fare alla mia vigna:
toglierò la sua siepe e si trasformerà in pascolo; demolirò il suo muro di cinta e verrà calpestata.
La renderò un deserto, non sarà potata né vangata e vi cresceranno rovi e pruni;
alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia.
Ebbene, la vigna del Signore degli eserciti è la casa d’Israele;
gli abitanti di Giuda sono la sua piantagione preferita.
Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue,
attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi.

DAL VANGELO SECONDO MATTEO (21,33-43)

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:

«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.

Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.

Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.

Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».

Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».

E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:

“La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo;
questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”?

Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti».

La storia del popolo d’Israele è intessuta di interventi d’amore da parte di Dio e di tradimenti da parte del popolo.

A partire dai tempo dell’Esodo. Dio piega la resistenza del Faraone che non intendeva concedere la libertà al popolo d’Israele con le dieci “piaghe”, apre il Mar Rosso e fa passare gli ebrei a piedi asciutti e lo fa richiudere quando a passare erano gli egiziani, per quarant’anni provvede al sostentamento con la manna e le quaglie e fa sgorgare l’acqua dalla roccia. Eppure ecco che, come Mosè li abbandona un attimo per conferire con Dio sul monte Sinai, che subito cadono nell’idolatria, costruendosi e adorando il vitello d’oro.

E anche una volta entrati nella terra promessa continuano i tradimenti da parte del popolo. E quando Dio mandava i profeti per correggerli venivano perseguitati ed uccisi: “i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo”.  E a nulla servivano i castighi sotto forma di dominazione straniera. “Ora voglio farvi conoscere ciò che sto per fare alla mia vigna: toglierò la sua siepe e si trasformerà in pascolo; demolirò il suo muro di cinta e verrà calpestata”.

Lo stesso trattamento lo ha ricevuto Gesù, nonostante tutti miracoli che aveva compiuto: “Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero”.

A questo punto “sorge spontanea una domanda”.

Il popolo dell’antico Israele si è comportato in quel modo; i contemporanei di Gesù idem. E la comunità dei cristiani oggi?

Lascio ad ognuno di voi dare la risposta.